Quando persino Adriano
Sofri – un uomo che incarna la sponda ideologica e culturale diametralmente
opposta, quella sinistra militante che con il mondo della destra radicale ha
storicamente incrociato le lame – si alza per esprimere un netto e indignato disappunto,
( sul caso Cavallini ) capiamo che abbiamo superato il confine della normale
dialettica politica. Non si tratta di un’improvvisa simpatia ideologica, né di
una debolezza senile. Sofri riconosce ciò che la magistratura si rifiuta di
vedere: applicare oggi una sanzione simile significa distruggere l’unico
briciolo di senso che una pena può conservare, ovvero la ricostruzione
dell’individuo. Chi ha vissuto quegli anni e le dinamiche del carcere sa bene
che c’è una differenza sostanziale tra la fermezza dello Stato e il sadismo
burocratico.
Che senso ha, per una comunità nazionale che voglia dirsi civile, prendere un uomo ultrasettantenne che stava rendendo un servizio ai più fragili e chiuderlo in un acquario di cemento in nome di un cavillo? Questo non è rigore, non è la “fermezza dello Stato” contro il terrorismo: è una giustizia che, per rubare il titolo a l’Unità, “fa rima con vendetta“. È l’essenza dello Stato in cui viviamo: una macchina gigantesca, totalmente incapace di garantire la sicurezza reale e la legalità nelle nostre strade, ma implacabile e ferocissima quando si tratta di distruggere la dignità e il percorso di chi ha già saldato, con la moneta del tempo e della reclusione, i propri conti con il passato.
Fonte :
gruppo what's up
di sostegno a Gilberto Cavallini :
https://chat.whatsapp.com/GMwzQBJIO7e8XYQzLRw2P3?mode=gi_t
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