Rieducato
ma punito: l'incredibile storia di Cavallini,
rovinato dai ritardi della giustizia
La vicenda di cui
parliamo riguarda un detenuto, esemplare incarnazione della mitologica funzione
rieducativa della pena sancita in Costituzione. Un detenuto che non ha mai
chiesto sconti, che ha reciso ogni legame con la vita criminale di un tempo,
che ha seguito un suo percorso di riscatto e rinascita. Quel detenuto, che ha
trascorso ormai più tempo da recluso che da uomo libero, che da solo pochi anni
beneficiava della semilibertà che lo ha portato a dedicarsi agli altri: questo
detenuto esemplare un giorno di pochi mesi fa riceve una notifica da parte
dello Stato. Caro, ci siamo accorti di una sanzione penale vecchia di 35 anni,
che, ohibò, pare tu non abbia espiato. Dunque, la espii ora.
Quel detenuto è Gilberto
Cavallini. Ultrasettantenne, in galera dal 1983, l’ex Nar dissociato dalla
lotta armata, si è laureato con 110 e Lode alla Cattolica di Milano, ha
ottenuto nel 2017, dopo lungo tempo di condotta esemplare, il beneficio della
semilibertà. A fine 2025 il beneficio viene revocato dal Tribunale di
Sorveglianza. Il sistema penitenziario si è accorto che Cavallini deve espiare
una pena accessoria a tre anni e mezzo di isolamento diurno, una sanzione
penale mai eseguita in precedenza. La sanzione risale a una condanna
all’ergastolo inflitta a Cavallini nel 1991, ma solo 34 anni dopo lo Stato si
presenta ad esigere l’esazione del vecchio conto. Così dal 2025, da semilibero
che era, Cavallini torna chiuso. Sigillato in una gabbia di vetro, solo.
Cosa ha a che fare questo
con la funzione rieducativa della pena? Il pegno con la collettività, Gilberto
Cavallini lo onora meglio a marcire in galera o impegnato com’era in una
comunità parrocchiale ad aiutare persone che ne hanno bisogno? L’avvocato che
assiste da sempre Cavallini, ha consegnato a un video su YouTube la denuncia di
questo ormai davvero crudele, ottuso accanimento verso un uomo che in galera è
cambiato radicalmente, ammesso tutte le proprie responsabilità, accettato la
pena, mai chiesto benefici. Cavallini si è convertito, si è dedicato
all’impegno sociale, ha meritato stima, affetto e fiducia. Quest’uomo non
costituisce più alcun pericolo per nessuno. Eppure, nessuno si leva a fermare
questa insensata violenza di Stato che assomiglia davvero molto a una tortura.
La subcultura forcaiola
di destra e di sinistra ha infestato il terreno costituzionale che dà senso
alla giustizia. Questa nei confronti di Cavallini è un’atrocità immonda. I
parlamentari che sappiamo essere sensibili ai precetti costituzionali devono avere
il coraggio di sfidare la rancorosa gogna mediatica e battersi per la giusta
liberazione di quest’uomo che non c’entra nulla di nulla con il ragazzo omicida
che fu. Non possiamo lasciare Gilberto Cavallini marcire in galera.
Simona Bonfante


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